Episodio 1 — Tre interventi al cuore, zero sintomi, un solo colpevole: il gene PKP2
Allora, ricapitoliamo la mia carriera cardiaca, perché anche a me a volte serve rileggerla per crederci: tre interventi al cuore in tre anni, zero sintomi in tutti e tre i casi, e un colpevole che si è preso il suo tempo — quasi tre anni — prima di presentarsi e firmare la confessione. Se fosse una serie true crime la chiamerebbero "Il caso PKP2". Io la chiamo lunedì.
Tutto è iniziato, provate a indovinare, con una banalissima visita medica sportiva. Sì, quella che fai tanto per avere il foglietto timbrato e poter continuare a correre alle gare. All'epoca correvo, mi sentivo in forma e sano, ero convinto che l'unica cosa che il medico mi avrebbe detto fosse "tutto ok, vada pure a correre".
E invece no: dal controllo saltano fuori delle anomalie, si va avanti con gli approfondimenti, e scopro che di notte, mentre io dormo beato sognando probabilmente un traguardo, il mio cuore decide di prendersi delle pause.
Fino a otto secondi.
Otto secondi di silenzio assoluto, il cuore in pausa pranzo mentre io russo ignaro. Nessun sintomo, eh. Io stavo benissimo. Il mio corpo, evidentemente, aveva deciso di tenermi all'oscuro di tutto, tipo quel collega che ti nasconde un problema enorme finché non esplode tutto in riunione. Risultato: pacemaker, aprile 2021. Benvenuto a bordo, piccolo componente elettronico, ora vivi tu qui.
Ed è proprio lì, appena uscito dalla sala operatoria, che ho fatto due conti semplici semplici: correre con un cuore che si prende pause artistiche non è più il massimo dell'intelligenza. Quindi ho appeso le scarpe da running al chiodo e ho tirato fuori una bicicletta, che a differenza mia sembrava avere le idee più chiare su come si fa a gestire lo sforzo con criterio. Da lì in poi la sella è diventata casa.
Penso: ok, fatta, ho anche il nuovo sport, chiudiamo qui. Non è andata così. Ottobre 2022, ormai pedalatore navigato, il mio cuore — che a quanto pare ama le sorprese quanto io odio le sorprese — tira fuori dal cilindro una quantità industriale di extrasistoli. Anche qui: zero sintomi, io che vado avanti in bici come se nulla fosse, e i dottori che guardano i tracciati con la faccia di chi scopre che il vicino di casa ha in giardino trecento fenicotteri di plastica. Secondo intervento: ablazione cardiaca. Due su tre. Iniziavo quasi a farci l'abbonamento in sala operatoria.
E qui viene il bello, perché per un anno buono io e i miei cardiologi ci siamo guardati in faccia chiedendoci: ma perché? Perché questo cuore si comporta come uno che manda messaggi in codice senza spiegare mai il codice? La risposta arriva a fine 2023, con un test genetico, e ha un nome tecnicamente elegantissimo quanto inquietante: mutazione del gene PKP2. Non un evento sfortunato, non "sarà stato lo stress", ma qualcosa scritto nel mio DNA da sempre, che a quanto pare aveva deciso di aspettare il momento più drammaticamente tardivo per farsi notare. Complimenti per il tempismo. Risultato pratico: il pacemaker va in pensione e arriva il defibrillatore, dicembre 2023.
Terzo intervento. Tris servito.
Morale della prima parte: ho un dispositivo nel petto che ai controlli aeroportuali mi rende automaticamente sospetto, ho una frequenza cardiaca da tenere sotto controllo come si tiene un bambino di tre anni in un negozio di cristalli, e ho scoperto che il mio corpo, per anni, mi ha mentito spudoratamente dicendomi "va tutto bene" mentre di notte faceva le sue cose per conto suo. E nel mezzo, per fortuna, avevo già trovato la bicicletta: un rapporto più leggero, un cambio in più, un ritmo più lento in salita, margini che la corsa non mi aveva mai dato — e in quei margini, intervento dopo intervento, mi sono ricostruito una vita attiva, con tanto di dispositivo elettronico a bordo, tipo Iron Man ma con meno effetti speciali e più borraccia.
Da lì è nato #pedalaconilcuore, con tre obiettivi seri (anche se io scherzo, il progetto no): far conoscere la cultura della prevenzione, perché senza quella visita sportiva e senza i controlli fatti anche in assenza di sintomi io oggi non sarei qui a scrivere battute sul mio pacemaker in pensione; dare speranza a chi ha la mia stessa diagnosi o altre patologie cardiache; e raccogliere fondi pedalando, spesso in solitaria, spesso per distanze lunghe abbastanza da farmi rimpiangere la scelta ogni tanto — ma solo ogni tanto.
Oggi porto un defibrillatore, ho collezionato tre interventi al cuore in tre anni come fossero francobolli, e conduco una vita che considero del tutto normale: lavoro, viaggio, pedalo per centinaia di chilometri e organizzo spostamenti che richiederebbero un ufficio logistico dedicato. I viaggi, quelli, ve li racconto nelle prossime puntate: un po' di suspense fa sempre bene, persino a un cuore come il mio.
Gianluca Santacatterina
Solitary Ultracyclist • Mental Coach • Autore
#pedalaconilcuore | gianlucasantacatterina.it
